I quartieri di Ortigia: La Giudecca (di Mariarosa Malesani)
La vita di S. Zosimo , primo vescovo greco di Siracusa ( 648-662), fornisce importanti informazioni sui cambiamenti urbanistici in Ortigia e sulla evoluzione della comunità ebraica. Ortigia con i suoi porti apparve il luogo più rispondente alle nuove esigenze militari, strategiche, difensive ed economiche di Siracusa e diventò il centro di potere politico e religioso bizantino. Nel VII sec. il pagano Athenaion diventò Cattedrale in sostituzione della Basilica di S. Marciano perché, essendo la zona di Acradina sempre più esposta agli assalti dei barbari e dei saraceni, divenne necessario spostarsi nella difendibile isola di Ortigia. Gli ebrei avevano anche un altro valido motivo per organizzare il trasferimento dentro le mura di Ortigia e cioè essere vicini alla zona commerciale e al centro del potere politico per non essere tagliati fuori dalla vita attiva. A loro venne concessa la parte orientale, come succedeva in quasi tutte le città , perché guardava idealmente verso Gerusalemme. Vi doveva essere anche abbondanza di acqua di sorgente o di pozzi per il bagno rituale e per i macelli, poichè sinagoga, bagno rituale e cimitero erano gli elementi fondamentali perché si sviluppasse un quartiere ebraico. I bagni rituali erano frequentati, oltre che dalle donne per le loro periodiche immersioni, da quegli ebrei che, nei periodi di antiebraismo, costretti alla conversione e battezzati , si immergevano per la riconversione nei luoghi di purificazione. In questa fase di sviluppo economico, demografico, urbanistico, trasferendosi da Acradina ad Ortigia chiesero di edificare una sinagoga, ma il vescovo Zosimo rifiutò. Questo genere di cose era abbastanza comune perché le autorità laiche bizantine favorivano gli ebrei, ma il vescovo negava qualsiasi concessione ai nemici di Dio. Essi, in seguito, ottennero (forse con denaro) da un notabile bizantino protezione presso l’autorità religiosa ed edificarono una sinagoga in sostituzione di quella che era stata distrutta dai Vandali in Acradina. Forse nel VII sec. la sinagoga era nel vicolo dell’Ulivo, dove nel 1479 è attestata la presenza di un baglio, al cui interno sorgevano anche l’ospedale ebraico, una cisterna con sedili, e pare anche una casa per i pellegrini e rifugio di bambini orfani. Questa, probabilmente, è la Sinagoga alla quale si opponeva S.Zosimo. Il cimitero si trovava ,invece, di fronte al Porto Piccolo fin dal XII sec. come testimonia il ritrovamento fatto dal Marchese Pietro Gargallo nel 1962. Fu sommerso nella seconda metà del ‘500 in seguito alla costruzione di fortificazioni in epoca spagnola. L’insediamento avvenne in una porzione di Ortigia ai margini della cittadella bizantina, ma entro le mura esterne e gli ebrei vi resteranno fino all’espulsione del 1492. Era una fascia molto battuta dal vento dove più tardi venne creato, durante la dominazione araba, un settore allungato, tra l’attuale via Nizza e via Alagona in funzione protettiva. Il quartiere nasce attorno alle due chiese di S. Filippo Apostolo e S.Giovanni Battista. La Giudecca rimase sostanzialmente uguale nei secoli e subì danni minori dal terremoto del 1693 rispetto ad altri quartieri perché le sue abitazioni erano modeste e di poca elevazione in quanto le limitazioni imposte per legge impedivano di allargare e modificare l’assetto del territorio loro concesso e di innalzare le case. Fino alla dominazione araba il quartiere ebbe solo esclusivamente una funzione residenziale. La conquista normanna fa assumere alla Giudecca l’aspetto di centro religioso finalizzato a contenere e controllare la consistente presenza ebraica. La costruzione di chiese e conventi comportò una parziale modificazione del contesto urbano con la scomparsa delle insulae rettangolari di sicura derivazione greca. Quindi con i normanni, gli svevi , gli angioini e gli aragonesi la Giudecca assunse quello di centro religioso. Non a caso gli aragonesi vi destinarono gli ebrei che, costretti a vivere in umili abitazioni incastrate tra gli enormi volumi architettonici dei conventi dei domenicani, degli agostiniani, delle carmelitane e delle benedettine non avrebbero potuto fare proseliti della religione ebraica tra i siracusani. In realtà i giudei non fanno opera di conversione in quanto ebrei si nasce. Al contrario gli inquisitori domenicani sorvegliavano nei loro riti. La costruzione di chiese e conventi comportò una parziale modificazione del contesto urbano con la scomparsa delle insulae rettangolari di sicura derivazione greca. Le vie Labirinto, Logoteta, Alagona e del Crocefisso hanno abitazioni costituite da un vano polifunzionale al piano terra e un vano al piano superiore adoperato indiscriminatamente come zona notturna o diurna. Anche se rialzati i pianterreni sono umidi a causa della strettezza delle strade che non fa passare la luce e l’aria. Nei vicoli della Giudecca gli alloggi si sviluppano nel senso altimetrico, nel senso planimetrico si sviluppano gli alloggi delle vie Logoteta e Crocefisso; questi hanno quasi sempre uno sbocco interno verso un pozzo luce privato che serve per l’illuminazione e l’areazione. Nei pochi cortili si vede una scala esterna. In via Larga , in via Giudecca, della Maestranza e Roma gli alloggi si sviluppano su un unico livello con una migliore distribuzione dell’abitazione. La Giudecca era autosufficiente, comprendeva le botteghe e il mercato, l’ospedale, il macello, che si trovava nel 1442 vicino all’attuale Forte Vigliena, la casa dei limosinieri, la sinagoga, i bagni. Ai confini c’erano cancelli d’accesso che venivano chiusi al tramonto ed era proibito uscirne. Il divieto imposto nel periodo di maggiori turbolenze fra le due etnie, ebrei e siracusani, aveva lo scopo di evitare, almeno di notte, il verificarsi di risse e tumulti frequenti durante il giorno. La convivenza, salvo brevi parentesi e solo in forza di regi decreti, non fu mai pacifica. Ancora oggi Siracusa è l’unica città siciliana ad avere un quartiere chiamato così e in Italia sono pure poche; la più celebre è la Giudecca di Venezia. Il nome potrebbe derivare dall’isola che era un bagno penale e quindi il nome deriverebbe dal veneto judegà (giudicato ). Il quartiere era ricco di una dozzina di sinagoghe, fatte con pietre da taglio e pilastri di marmo, segno che nonostante i divieti fatti nei vari momenti storici di poter restaurare gli edifici o abbellirli, gli ebrei siracusani godevano perlomeno di “distrazioni” delle autorità in cambio dei vantaggi economici che assicuravano alla città. Di fronte alla sinagoga principale c’era uno dei mercati più popolosi della città. Nei tempi di maggiore tolleranza questo mercato era frequentato dai siracusani che vi andavano ad acquistare soprattutto pelli e stoffe colorate. Le beccherie e i trappeti dell’olio creavano un gran movimento di affari; anche il vino era molto apprezzato e gli ebrei coltivavano la vite nel quartiere di s. Lucia. Secondo la legge giudaica essi non dovevano vendere vino annacquato o mescolato con qualità inferiori, non dovevano vendere frutta e verdura con prezzi superiori a quelli imposti. C’era anche il secondo mercato del pesce della città. Gli ebrei furono dei bravi artigiani e commercianti , vendevano di tutto dalle candele alle botti, qualsiasi tipo i corda e qualunque tipo di tessuto, dagli oggetti di uso quotidiano ai generi alimentari. Erano senz’altro la parte più attiva della popolazione siracusana di cui rappresentavano un quarto. Solo agli ebrei siciliani, il papa concesse di commerciare con la Berberia. Detenevano il monopolio del commercio dei muli, unico mezzo di trasporto terrestre del salnitro che veniva venduto fino in Inghilterra, del corallo e della seta, l’indaco, i datteri, l’hennè e la canna da zucchero di cui la Sicilia è grande esportatrice. Spesso gestivano affari in comune con i cristiani, ma erano obbligati a segnalare con un panno rosso la vendita di carne tajura. Come in quasi tutte le città italiane, anche a Siracusa gli ebrei erano prestatori di denaro e i banchi di prestito furono tra le prime attività che aggregarono comunità ben consolidate. La popolazione locale nei momenti di difficoltà richiedeva la presenza dei banchi di prestito ebraici, a volte, quando pensavano che procurassero loro troppa ricchezza, si rivolgevano alle autorità locali per farli chiudere. Nel tempo i banchi furono sostituiti dai Monti di Pietà, direttamente sottoposti al controllo delle autorità civili. Oltre che mercanti e artigiani i giudei furono studiosi di astronomia e Siracusa ne ospitò molti. Verso la fine del sec. XIV Isaac ben Solomon al Alhadib, forse di origine casigliana, inventò a Siracusa un nuovo strumento astronomico, di cui dà una descrizione nel manoscritto conservato ora al British Museum. Egli compose anche altri trattati di astronomia e un libro sulle misure nella Bibbia. Nel 1482 fu copiato a Siracusa da Shalom Yerushalmi ben Shelomoh un manoscritto miscellaneo di astronomia e nel 1484 Shemuel ben Reuven copiò un trattato astronomico. Alla Biblioteca Nazionale di Parigi è custodito un manoscritto contenente il trattato di astronomia di Immanuel benYaaqov Bonfils “Tavole di opposizione e congiunzione” compilate da Yitzhaq ha-Cohen di Siracusa, un opuscolo di astrolabio e altro, tra cui delle tavole che illustrano le fasi dell’eclissi,tutti copiati per uso personale. Si può concludere che a Siracusa ci fosse una vera tradizione di studi astronomici. Anche di studi sulla Bibbia si hanno manoscritti alla Biblioteca Vaticana ( ms Vaticano ebraico 91) come il commento ai Proverbi di Leviben Gershom. Infine vi è una Bibbia in lettere ashkenazite appartenuta alla Comunità di Siracusa sulla quale fu annotata la lettura. Inoltre si sono trovati trattati sulla prospezione mineraria e trattati per l’esercizio della medicina.
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