I quartieri di Ortigia: la Graziella (di Mariarosa Malesani)
Il nome del quartiere, come in tante altre parti d’Italia, deriva dalla devozione alla Madonna delle Grazie che i lavoratori del mare hanno elevato da secoli a loro patrona.
Non molti anni fa, il largo alla Graziella ospitava ancora una cappellina dedicata a Maria, abbattuta, non si sa per quale motivo, e sostituita da un’edicola votiva.
I pescatori avevano l’abitudine di passarvi davanti e pregare prima di mettersi in mare per una nuova battuta di pesca, sia quotidiana che di lunga durata. La preghiera, oltre che espressione di fede, aveva la funzione scaramantica di preservare dalle insidie del mare poiché i rischi nella vita di un marinaio sono elevati. Nei tempi passati, prima di imbarcarsi, ci si confessava e comunicava e al tramonto i marinai in ginocchio seguivano la preghiera che il capitano intonava. Le donne a casa recitavano pure le preghiere e in occasione del forte vento invocavano Sant’Anna o si rivolgevano a Santa Barbara se c’erano tuoni e fulmini:
Santa Barbara, Santa Barbara,
si tu dormi nun durmiri
apri li porti e adduca ‘ i cannili,
‘i cannili su addummati
‘ piccaturi vonno pietati.
E in caso di tempesta le preghiere non bastavano, allora indossavano gli scialli neri e si recavano “ o talio” e osservavano con angoscia l’orizzonte. A volte si assisteva in diretta al naufragio ed era la disperazione.
Durante la permanenza in mare dei loro cari le donne recitavano:
E Signoruzzo miu faciti bon tempu
Haiu l’amanti miu mmenzu di lu mari.
L’arvuli d’oru e li ‘ntinni d’argentu
La Marunnuzza mi l’avi aiutari.
E si facevano voti di ogni genere; uno dei più comuni era la dedicazione delle trecce alla Madonna se si otteneva una grazia le si appendeva all’edicola votiva di via Mirabella. L’edicola di via Dione accoglieva i mazzolini delle spose.
Via Dione è una delle vie principali del quartiere che occupa il settore nord-est di Ortigia e che come gli altri quartieri dell’isola ha assunto l’aspetto attuale attraverso i secoli. Della pianificazione greca rimane solo il tracciato di via Dione, intersecato a sua volta dal tracciato del castro romano di cui sono testimonianza la via Resalibera e la via Mirabella. Il Cristianesimo cambia il sistema di vita; la comunità religiosa fa aprire le case verso l’esterno o verso i cortili comuni, la vita di relazione diventa fondamentale e si vive insieme e ci si aiuta. Stile di vita che alla Graziella continuerà fino ai nostri giorni.
Nel IV sec. il vescovo Germano fece erigere, nel quartiere, le due chiese di San Pietro e San Paolo.
La chiesa di San Paolo, danneggiata dal terremoto del 1693, fu ricostruita agli inizi del ‘700. La chiesa di San Pietro, invece, pur avendo subito profonde trasformazioni dopo il IV sec., quando iniziò la sua costruzione, ha mantenuto tracce delle varie trasformazioni e non venne distrutta nemmeno dal terremoto.In seguito al sisma fu ulteriormente rimaneggiata con l’innalzamento del tetto e l’aggiunta di finestre.
La chiesa è sconsacrata e per un lungo periodo è stata usata come auditorium.
La chiesa che attualmente è la principale parrocchia della Graziella è la chiesa del Carmine. Sorta nel 1602 su una precedente del 1300, ne conserva i resti in una cappella interna; altre trasformazioni si vedono all’interno e appartengono al ‘700. Ancora oggi le più anziane abitanti del quartiere si trovano per le funzioni religiose e questo luogo d’incontro, uno dei pochi rimasti, assiste allo scambio di tanti ricordi.
L’impianto architettonico del quartiere testimonia, ancora oggi, l’influenza araba che dopo la distruzione della città al momento della conquista, ne ricostruì una molto disordinata perché lasciata alla inventiva e ai bisogni momentanei. I successivi dominatori, dai normanni in poi, cercarono di dare un assetto più razionale alla città, ma non misero mano al riordino dei quartieri della Graziella e della Sperduta che continuarono a mantenere il loro aspetto di originale spontaneità.
Nemmeno il terremoto del 1693 portò ad una ricostruzione più ordinata, perché ci fu uno strano modo di intervenire. Invece di rimuovere le macerie e procedere ad un’opera pianificata si pensò di ammucchiare le macerie nelle vie e nelle piazze con il risultato di aggiungere al disordine planimetrico anche quello altimetrico. I ronchi, infatti, sono più bassi anche di uno o più metri rispetto alle vie.
La chiesa di San Paolo si eleva di circa 6 metri sul Tempio di Apollo.
Anche se vi furono molte proposte di cambiamento, la Graziella non subì alcun significativo intervento fin dal ‘700.
Il 25 giugno 1865 viene restituito a Siracusa il rango di capoluogo di provincia e nello stesso periodo viene introdotto il piano regolatore come strumento ordinario di intervento sulle città. Siracusa era considerata presidio militare e solo nel 1878 il Ministero della Guerra ordinò la demolizione delle mura entro 10 anni, ma la trasformazione della città con l’utilizzazione delle aree ex-militari doveva tenere conto dei gravi inconvenienti di natura igienico-sanitaria. In quel periodo cominciarono ad essere prese in considerazione le condizioni di vita degli abitanti e la necessità di offrire abitazioni adeguate alle richieste della popolazione. La cittadina militare doveva trasformarsi in città portuale che, dopo essere stata sacrificata alle esigenze strategiche, cercava la via per ritornare ad essere un florido centro commerciale. La prima preoccupazione fu quella di dare sfogo alla concentrazione di popolazione nei quartieri storici con la creazione di nuovi quartieri che furono individuati nelle aree recuperate delle fortificazioni e del Piano Montedoro fino allo spiazzo del pozzo dell’Ingegnere. In questo modo si attuava, con l’offerta di abitazioni nuove e salubri, l’alleggerimento dei quartieri a nord di Ortigia e si prevedeva il risanamento della Graziella.
Ciò si rileva dalla bozza di Piano Regolatore del 1885. Nel 1889 fu approvato un piano che parlava, ormai di mero ampliamento, togliendo il progetto di sventramento della Graziella.
Vari piani proposti dall’ing. Mauceri non hanno corso e nel 1917, quando viene sistemata l’area attorno al Tempio d’Apollo si pensa di allargare via Dione e via Montalto per collegare la Piazza Pancali con Piazza Archimede, ma non se ne fece niente.
Dal 1920 , con l’approvazione definitiva per la realizzazione delle case popolari nel quartiere S. Lucia, cominciò l’esodo dal quartiere dei pescatori, continuato nel tempo fino all’ampliamento a nord della città attuato negli anni dell’insediamento delle industrie petrolchimiche. Ora ad abitare gli antichi ronchi sono rimasti pochi vecchi che si rifiutano di abbandonare luoghi carichi di tante memorie. Girando per la Graziella si vedono tanti cantieri aperti volti a recuperare gli spazi abitativi, ma coloro che verranno ad abitare sono membri della nuova società multietnica o innamorata dell’Ortigia ormai scomparsa.
Da quello che si può constatare, però, il desiderio di rimodernare porta anche ad eliminare le testimonianze del passato per un lavoro più rapido e meno dispendioso: ricordiamoci che risanamento non vuol dire cancellare la memoria.
Il ronco: l’elemento più caratteristico
A parte il blocco uniforme di abitazioni, costruito all’epoca borbonica ( 1843), che dà su via E. De Benedictis e il massiccio quadrato del Carcere Borbonico ( 1857) ,la “Casa cu n’occhiu”, come veniva chiamata dai siracusani, la Graziella aveva una planimetria, come abbiamo visto, alquanto tortuosa. Dalle sue strade, già poco dritte, si dipartono ronchi e cortili.
Il ronco diventa il prolungamento degli alloggi, che sono piccoli, perché derivano dal frazionamento delle proprietà e quelli che si trovano sotto il livello stradale sono umidi e soffocanti. La parcellizzazione delle proprietà si vede , anche, dal numero di scale esterne che portano ad abitazioni del piano rialzato o del primo piano creando un caratteristico miscuglio di materiali diversi per ringhiere e gradini. Le vie Arizzi e delle Grazie, con i loro ronchi, sono quelle che rappresentano in pieno l’originalità del quartiere dei pescatori.
I ronchi possono essere di tre tipi: o ricavati nel cortile di una precedente costruzione ( il roncoVIII alla Graziella per ingresso un portale del ‘400 ed è largo e corto) o breve e lineare ( come il Ronco Coffari e molti della via Graziella che sono stretti, poco illuminati e umidi ) o lungo e tortuoso con abitazioni più illuminate e meno umide ( come i Ronchi 3° e 5° alla Graziella ).
In quello spazio comune che è il ronco si svolge buona parte della vita quotidiana e si favoriscono le relazioni sociali: gli amici sono comuni, gli affari di famiglia sono discussi da tutti e si accettano suggerimenti,si piange insieme e ci si consola nelle avversità. Gli abitanti della Graziella avevano lo stesso livello sociale e lo si evince dalle abitazioni e dallo sfruttamento degli spazi. Solo in via Dione, in via Vittorio Veneto e in via Mirabella vi sono alloggi di un certa importanza, significativi esempi di architettura minore del ‘700 e anche resti di costruzioni antecedenti al terremoto del 1693. Vi è da dire che queste strade, soprattutto via Dione, avevano i negozi che mancano nelle strade interne. La strada era il percorso più antico di Ortigia, quello che i Siculi dovevano percorrere per attraversare l’isola longitudinalmente e via Resalibera viene indicata come il decumano minore dei romani.
Il tenore di vita era dignitoso, ma per mantenere questa dignità bisognava lavorare molto ed accontentarsi di dividere le case già strette con gli attrezzi, i remi, le esche e anche con le botti di legno dove si conservava il pesce salato. Gli strumenti di pesca come le nasse, i vari tipi di reti e gli ami con le esche venivano, a volte, preparati in gruppo nei punti prestabiliti per lavorare in compagnia e aiutarsi.
Nel ronco non si era mai soli e anche quando gli uomini erano in mare, le donne avevano il sostegno dei familiari che abitavano nello stesso ronco o le vicine, a volte più che parenti. Data la ristrettezza delle abitazioni i servizi erano in comune, nel cortile c’erano i lavelli per il bucato e le corde per stendere ;si metteva ad asciugare il pomodoro per fare lo “ strattu” o il pomodoro secco; si mettevano ad asciugare le formelle della marmellata. Mi raccontano che questa vita non era sempre idilliaca; le liti più frequenti scoppiavano per l’uso dei servizi comuni o perché qualcuno diventava troppo invadente, ma si faceva subito la pace nel momento del bisogno.
Ora girando per il quartiere si avverte troppo silenzio, non ci sono bambini che gridano giocando; nei ronchi, ancora abitati, si vedono pochi vecchi seduti che si lamentano di essere stati abbandonati, si fatica a farsi raccontare la vita del quartiere, come se volessero tenere per pudore i ricordi dentro di sé e invece vengo a scoprire che sono preoccupati di dover lasciare la casa non si fidano perché ci sono forestieri “ che vogliono comprare per ristrutturare e vendere”. Li tranquillizzo sul motivo della mia presenza e allora iniziano a parlare e a ricordare i tempi passati. Lamentano anche la presenza di cinesi ed extracomunitari che vanno, però, solo a dormire e con i quali non vogliono avere niente a che fare. Tutto è cambiato, gli uomini sono troppo vecchi per pescare, i figli sono lontani e fanno tutt’altri lavori, gli amici si sono trasferiti in altre parti della città e non si fa più la stessa vita.
Vita di pescatore
I più numerosi abitanti della Graziella erano pescatori che vivevano di pesca giornaliera o per conto terzi ed erano soggetti ai capricci del mare. Un proverbio dice: Parra bene d’ò mari, ma tèneti ‘n-terra.
Il sogno di ogni pescatore era quello di possedere una barca propria, ma spesso, poi, la realizzazione di questo sogno diventava una preoccupazione in più, perché perdere la barca avrebbe significato perdere ogni cosa, come recita un altro proverbio: Cu havi robba a mari, nun avi nenti. A volte si faceva una società nella quale un pescatore metteva la barca e l’altro le reti e l’attrezzatura; il guadagno era diviso a metà.
Le condizioni economiche non erano tali da permettere l’affitto di un magazzino e quindi nelle abitazioni, già piccole per i bisogni delle famiglie, si dovevano tenere gli attrezzi da lavoro. La sera o al momento del ritorno il pescatore si portava a case le reti o le nasse, i remi, i secchi, insomma tutto ciò che gli era servito. Le ore libere dalla navigazione o dalla pesca venivano utilizzate per aggiustare le reti, preparare nuovi attrezzi o salare il pesce per la conservazione.
Il mestiere si tramandava di padre in figlio e quando c’era ancora il nonno che lavorava tutti ubbidivano a lui. Il lavoro veniva intrapreso molto presto perché si lasciava la scuola, al massimo, dopo le elementari e c’era bisogno di braccia in più per tirare avanti la famiglia.
Le tecniche di pesca erano, e sono, diverse e ognuna raggruppava gli specialisti di un ramo. Vi erano i “nassarioti”, cioè coloro che pescavano con le nasse fatte con i giunchi o con il salice. Il materiale veniva portato dalla zona del Biviere di Lentini con i carretti e ne occorreva molto perché una nassa si usurava in pochi mesi a causa della permanenza in mare. Una filastrocca recita:
Viru veniri na turri pi mari.
Quantu e spavintusa di vidiri!
Ci su milli purtusa, milli rari.
Cu trasi dda rintra, trasi pi muriri.
Questa è la nassa che veniva posta sul fondo del mare e serviva per pescare i crostacei o i pesci di fondo. Oltre che sui fondali di Ortigia, si andava al Plemmirio o a Fontane Bianche.
Sono rimasti in pochi a saper intrecciare le nasse tradizionali perciò si fanno con la rete di plastica, ma rendono la pesca più povera perché l’odore di petrolio infastidisce il pesce e solo dopo un po’ di tempo di permanenza in acqua perdono in parte l’odore. In compenso sono più durature.
Si pesca con “u conzu” di profondità e di superficie: è una lunghissima lenza a cui sono applicati moltissimi ami.
La “sciabica”, una rete a strascico formata da due lunghe ali e da un sacco, veniva usata lungo la riva e in acque poco profonde. Ora questa tecnica è proibita.
A “traino” è la pesca praticata da una barca in movimento con la lenza alla quale sono legati due ami. Da una barca a remi si getta la “jammica”, una rete più fitta, con la quale si pescano i gamberi:
Curri rriversu ccu natura lesta,
E ccu sei peri camminannu và;
Havi la vucca e nun’havi cannarozzu
Ed havi l’occhi darreri lu cozzu.
Un altro sistema di pesca, che sopravvive ancora oggi, è l’incannizzato che viene usato per le lampuche e le ‘nfanfole che sono pesci d’ombra cosicché per la loro cattura viene utilizzato un sistema che prevede l’impiego dei rami delle palme sotto le quali i pesci si rifugiano.
Sono sempre più rari anche gli “ alluciatori”, cioè coloro che pescano con la lampara e la fiocina e il mare sembra più povero di notte senza questi brillanti sparsi.
Mi raccontano i marinai che fino all’inizio degli anni ’70 i tragitti, anche fino a Porto Palo, li facevano remando e, solo se c’era vento si adoperava la vela. Con le barche a motore si arrivava a Lampedusa o a Pantelleria, a Crotone e in altre località della Calabria. |
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