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“Fimmini ri cantunera e ri partitu” (a cura di E. Romano)
L’atteggiamento della società medievale nei confronti della prostituzione si fondava sul convincimento che essa fosse fonte di immoralità per i cittadini, che fosse nociva per la buona fama della città,e soprattutto, offensiva per la religione. Condannata sul piano teorico,la prostituzione, però, veniva tollerata sul piano pratico come un male necessario, in quanto assolveva il compito di incanalare le pulsioni sessuali, di evitarne la proliferazione incontrollata e di escluderle dall’ambito familiare. Vi era una sorta di compromesso fra valori morali e norme giuridiche per giustificare la presenza delle prostitute nella compagine sociale: si ricorreva al criterio della “necessità” che consentiva l’integrazione delle stesse nel sistema. Era un fenomeno dilagante e legato all’enorme sperequazione economica e sociale: le prostitute costituivano un gruppo sociale che viveva del proprio lavoro e produceva ricchezza. Questo fenomeno sociale fu affrontato in modo diverso dagli Statuti cittadini dell’epoca. Accanto a Statuti che sembravano punire ogni forma di meretricio, ve ne sono alcuni che ne tentano una regolamentazione, altri che pretendono l’assoluto rispetto del buon costume nell’ambito delle mura cittadine. Così si edificarono spazi come i postribola publica dove le donne erano denominate “ mulieres publicae” per indicare la non appartenenza ad alcun uomo e ad alcuna famiglia e si imposero diverse norme di costume come  lacci rossi da portare al braccio, fazzoletti gialli o sonagli legati a cappucci e divieti di indossare abiti troppo lussuosi; la marginalità così codificata e resa riconoscibile,veniva accettata e, in qualche misura tutelata.
Nella Sicilia medievale del ‘200 le meretrici avevano l’obbligo di risiedere fuori le mura della città ,come recita l’Assise di Messina del 1221 di Federico II, che non si preoccupava di reprimere il fenomeno,ma solo di controllarne il comportamento nei luoghi pubblici. La legislazione consuetudinaria siciliana vietava la vicinanza di lenoni e meretrici alla gente onesta. Le consuetudini di Piazza Armerina,ad esempio, stabilivano nel 1039 la possibilità di ricorrere al magistrato per ordinare lo sfratto di tali persone anche se il locatario era contrario, mentre nel 1317 a Palermo e nel 1392 a Castiglione le consuetudini cittadine stabilivano che le meretrici dovevano abitare lontano dai quartieri dove viveva la “gente onesta”. Tali consuetudini erano osservate da “tempo immemorabile” a testimoniare la sensibilità sociale nei confronti del fenomeno difficilmente neutralizzabile.
Stesso atteggiamento si trova nel primo capitolo delle consuetudini siracusane, confermate da Federico III nel 1318, dove si afferma, secondo il principio della “contaminazione”, il pericolo della vicinanza di meretrici a donne oneste che potevano essere corrotte. A questi divieti delle autorità laiche si aggiungono anche quelli della chiesa,ma  non sempre l’unione fa la forza,anche perché molti organi religiosi partecipavano ai proventi di questa attività, ad esempio, affittando locali di proprietà ecclesiastica ai gestori dei bordelli. Inoltre la continua reiterazione dei divieti normativi contenuti nei testi legislativi è la prova di quanto poco o niente essi fossero rispettati, dopotutto le multe comminate per la trasgressione erano un ottimo cespite per l’erario pubblico.
Si ha notizia che nel 1405 fu avanzata la proposta di aprire un postribolo pubblico al senato siracusano da parte del barone Bartolomeo De Gulfo che si offriva di costruirlo a sue spese per una questione morale di decenza e  ordine pubblico nella città. Accolta ed approvata la petizione da parte del consiglio cittadino, essa viene sottoposta al giudizio della regina Maria, che con privilegio del 19 ottobre 1405,IX indizione ,concede la facoltà di aprire un postribolo nella città di Siracusa. Tale concessione viene ratificata anche l’11 settembre del 1447 da re Alfonso,che già nel 1432 aveva concesso nella città di Messina l’edificazione di un nuovo lupanare e dallo stesso documento si evince l’esistenza di altri postriboli autorizzati dai sovrani. Il bordello di Siracusa sarebbe sorto dentro la città nella contrada di Santo Stefano e sarebbe stato chiamato “Castellicto”. Inoltre il barone aveva anche chiesto la concessione in esclusiva,cioè che il suo fosse l’unico lupanare della città e che ciò valesse anche per i suoi eredi,ma non se ne fece nulla perché il barone morì. Bisognerà aspettare il 1493 quando un erede,il barone Giovanni De Gulfo reitera la richiesta e questa volta è la regina Isabella  ad autorizzare la costruzione del postribolo con un privilegio datato 13 giugno 1493,che si trova nei registri del fondo Cancilleria presso l’Archivio della Corona di Aragona di Barcellona. Naturalmente non doveva essere l’unico lupanare in quel periodo a Siracusa,nel cui porto, facendo parte del commercio internazionale, vi approdavano navi cariche di schiavi che incrementavano la prostituzione, esercitata oltre che nei luoghi autorizzati, anche clandestinamente nelle taverne, come accadeva a Palermo. Il barone si occupò non solo di costruire il gruppo di case per l’attività,ma anche di arredarle con la biancheria necessaria e fornirle di servizio di portineria a tutela delle lavoratrici, che se avessero esercitato in luogo diverso, sarebbero state multate e multe anche per chi avesse usato violenza al portiere che aveva l’obbligo di non fare entrare persone armate e chiudere le porte ad una certa ora, inoltre erano fissate le quote che le donne dovevano pagare al proprietario per l’affitto annuale o mensile. Tra gli atti dei notai siracusani sono presenti come contraenti molte meretrici, a testimonianza della loro partecipazione al tessuto sociale. A questo proposito bisogna sapere che vi erano diversi tipi di prostitute: la “donna innamorata”,cioè la concubina, la “cortigiana” che frequentava uomini di ceto sociale elevato, “la donna di cantunera” cioè colei che si prostituiva per le strade e la “donna di partito” che esercitava nei luoghi autorizzati,infine vi erano le “schiave”,costrette con la violenza a compiacere non solo i padroni,ma anche a prostituirsi.
 Si è di fronte ad una regolamentazione del meretricio, che necessitava dell’ approvazione regia e che apportava benefici economici ai privati,laici e religiosi, alle casse comunali in nome della decenza e dell’ordine pubblico fin quando nel secolo seguente furono istituite delle speciali imposte sul meretricio,come a Napoli nel 1505 e a Roma nel 1575.
Bibliografia
 I segni dell’infamia nel Medioevo Ulysse Robert Rubettino Editore;
La prostituzione nel medioevo Roussioud Laterza economica;
Storia della prostituzione in Italia dal ‘400 al ‘700 Canosa,Colonnello, Sapere 2000;
La prostituzione a Siracusa sul finire del ‘400,Viviana Mulè ,Archivio Storico Siracusano;