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I Vastasi (di Mariarosa Malesani)

La fratellanza di San Sebastiano fra i lavoratori del porto è una delle più antiche congregazioni della città. Fin dai suoi albori il traffico marittimo, sia militare che mercantile, ha avuto bisogno di caricatori e di scaricatori dal momento che gli equipaggi avevano altre incombenze. Il nome stesso di “ vastasi “ deriva dal greco “bastazo “ verbo che significa portare e che il latino trasformò in “vastasius “. Questi uomini, scelti tra i più forti, muscolosi e robusti erano in grado di portare pesi superiori al quintale con un ottimo equilibrio, tale che permetteva loro di attraversare le passerelle di legno che dalla banchina portavano sulle navi. Erano divisi in caricatori , stivatori e scaricatori. Gli stivatori si consideravano più importanti perché il loro lavoro richiedeva abilità nello sfruttare gli spazi della stiva ed evitare che la merce subisse danni durante il trasporto. Fino a quando si è lavorato al porto l’ingaggio di nuovi portatori era fatto con alcune prove che dovevano evidenziare queste qualità. Si facevano portare grossi pesi sulle passerelle e solo chi resisteva, non cadeva e manteneva una buona andatura poteva essere preso. Il lavoro, quasi sempre, passava di padre in figlio e ci sono famiglie siracusane, come la famiglia Romano, Vinci, Piccione …. che hanno dato “ vastasi “ per generazioni . Il significato primario di portatore, nel tempo, ha assunto la connotazione di persona “ rozza” e forse ai nostri giorni, nei quali la figura del portuale non rientra nel nostro quotidiano, l’accezione più spregiativa è quella che è rimasta. I portatori avevano l’usanza di portare un fazzoletto annodato sulla testa e mantenevano spesso un’andatura piegata a causa del loro pesante lavoro e fin quando c’erano i bastimenti a vapore erano costantemente neri di fuliggine.  Tornando a casa dopo il lavoro il lavoratore aveva l’abitudine di passare davanti alla cappella edificata dopo la Porta Spagnola e davanti a San Sebastiano si genufletteva o mandava un bacio con la mano. La vita , dunque, era molto dura e anche a casa , che si affaciava sulle stradette di Ortigia,non c’erano le comodità di oggi e le mogli dovevano lavorare per far trovare acqua calda ( e non c’erano gli scaldabagni e nemmeno le comode docce) e le cosiddette “bagnarole”.  Per il loro lavoro avevano bisogno di cibi sani, semplici, nutrienti, privi di grassi e nello stesso tempo appetitosi e poco costosi. In questo tipo di cucina erano maestre le mogli , degne compagne di uomini così forzuti. Si mangiava pasta e legumi secchi, pane e olive, pane e tuma, verdura e ortaggi cucinati in vario modo: peperoni fritti, melanzane alla parmigiana, broccoli usati per la minestrina….  Sul posto di lavoro si portava una pagnotta con la “cipudduzza” fresca e cruda o pomodori secchi. La domenica si faceva la pasta “ ca sarsa” o co “ socufinto”, “du ope a brodo “ o la trippa affettata e cotta con il pomodoro, polpette e polpettone. Le specialità con le quali le donne della cucina vastasa dimostrarono di possedere fantasia, abilità e competenza e buon gusto erano le impanate, le pizze e le scacciate. Varietà di ingredienti nei ripieni, maestria nel lavorare la pasta, capacità di calcolare la cottura davano origine a piatti gustosissimi che facevano risparmiare. La cucina dei ceti abbienti non ha potuto ignorare la cucina dei vastasi e l’attrazione che essa promanava e così le due cucine si sono integrate e diventate la tradizionale cucina siracusana. La sera il punto di ritrovo, almeno nel ‘900, era Piazza Pancali presso i due caffè Bianca ( uno sulla Riva della Posta e l’altro nel Largo 25 Luglio), si parlava del lavoro, ma anche dei problemi della città o degli eventuali bisogni degli appartenenti alla corporazione perché si aiutava chi era in difficoltà per infortunio o per malattia. La mattina il lavoro era distribuito dai Caporali e, se c’era bisogno, si chiamavano gli “aggiunti” che svolgevano i lavori straordinari. La paga veniva erogata ogni quindici giorni ed era quindi chiamata la “quindicina”; a volte si riceveva un anticipo il giorno dieci e quando arrivava la quindicina si faceva festa organizzando una mangiata presso qualcuna delle cantine di Ortigia. Nei periodi in cui il lavoro era meno intenso, gli scaricatori si prestavano ai lavori di fatica richiesti dai cittadini. Essi avevano la licenza di entrare nel recinto del porto e quindi lavoravano come portabagagli per coloro che si imbarcavano sui bastimenti. All’inizio della bella stagione le famiglie benestanti che possedevano i materassi di lana dovevano lavare la lana e chi meglio di questi uomini abituati alla fatica erano in grado di trasportarli al fiume per lavare. Erano anche impiegati nei traslochi che si svolgevano nei giorni delle festività, quando i portuali erano liberi. Il console, che era capo,ma anche punto di riferimento veniva scelto tra coloro che avevano un titolo di studio o meriti particolari riconosciuti da tutti i portuali. Figure che sono scomparse insieme al mondo a cui appartenevano e sono diventate oggetto di studio; studio pervaso da una vena di malinconia.